Un centinaio di dipendenti di Enel in questi mesi, affiancati dai volontari del Touring Club Italiano, hanno curato l'accoglienza di cittadini e turisti in 19 luoghi di interesse culturale di 12 diverse città di tutta Italia. Ecco che cosa hanno scoperto e com'è andata a Palermo.
La chiesa di San Ranieri e dei Ss. Quaranta Martiri Pisani
(Testo di Salvo Cirafici e Pietro Di Galbo)
Grazie all’iniziativa Aperti per Voi del Touring Club Italiano oggi abbiamo avuto la possibilità di conoscere un gioiello poco fruibile del ricchissimo patrimonio artistico e monumentale palermitano, ovvero, la chiesa di San Ranieri e dei SS. Quaranta Martiri alla Guilla, a volte erroneamente chiamata dei SS. Quaranta Martiri Pisani (ma abbiamo scoperto che non erano Pisani) e altre volte chiesa dei Pisani. Ma che ci facevano i Pisani a Palermo?
Palermo, è situata al centro del Mediterraneo, in una posizione che rivela tutta la sua bellezza specie se osservata dalle alture che circondano la città. Da sempre è stata crocevia di popoli, civiltà, religioni e culture diverse; qualcuno è venuto per conquistarci, altri per stabilirvi la sede dei loro affari. Qualunque sia stato il motivo della presenza, ogni comunità che l’ha attraversata ha lasciato tracce visibili e invisibili che rendono Palermo unica. Tra queste comunità (o Nazioni) c’è quella dei Pisani ma, prima di raccontare le loro vicende, un breve cenno sui Quaranta Martiri
I Santissimi Quaranta Martiri erano soldati romani, di origine ellenica, di stanza a Melitene, in Cappadocia; erano Cristiani e, nonostante qualche anno prima fosse stato promulgato l’editto di Milano, col quale si concedeva libertà di culto ai cittadini dell’Impero, furono arrestati nel 320 durante la persecuzione ordinata da Licinio (uno dei firmatari dell’editto). Non volendo abiurare, furono condannati ad essere esposti nudi al freddo invernale nei pressi di Sebaste (oggi Sivias, in Turchia) e morire così per assideramento. Storia e leggenda si intrecciano: si racconta che uno dei condannati chiese di passare nel bagno caldo che era stato predisposto per chi si fosse pentito, ma lo sbalzo di temperatura gli causò una morte istantanea. Il suo posto però fu preso da un certo Eutico, colpito dalla fede dei condannati e da una visione; si spogliò e gridando che era un cristiano, si unì agli altri, riportando il numero dei martiri a 40. Le spoglie dei condannati furono disperse, tranne per qualche reliquia che divenne nei secoli oggetto di culto di confraternite, tra cui una aveva sede a Palermo ed era riservata alle famiglie pisane che abitavano la città.

Tornando ai Pisani, la prima notizia della loro presenza in città è il sacco di Palermo del 1063 da parte della flotta della repubblica marinara, intervenuta in aiuto dei Normanni che volevano liberare la città dal dominio saraceno. I Pisani riuscirono a entrare in città e a compiere un saccheggio enorme. Il bottino, che comprendeva anche marmi e colonne, fu così ricco che contribuì al finanziamento di importanti opere monumentali a Pisa, tra cui il duomo. Ancora oggi in una delle arcate cieche poste alla sinistra dell’ingresso principale, una lapide ricorda “Nell’anno mille sessantatré fu compiuta quest’opera, impresa dei Pisani. Questo tempio fu fondato con il bottino che i valorosi uomini pisani presero ai Saraceni..."
I pisani rimasero legati commercialmente a Palermo. Nel XIII secolo, diverse famiglie pisane risultavano presenti nel centro storico della città siciliana, come attestato dalla citazione di una “strada dei pisani”, la “ruga de Pisis” lungo la quale la famiglia Roncioni aveva acquistato un’abitazione. Tra le famiglie pisane si ricorda quella degli Alliata, che diventeranno poi una delle famiglie nobili palermitane più potenti. Rimane memoria anche della “Loggia dei Pisani”, nell’odierna via della Loggia, luogo dove si svolgevano i loro commerci e affari.

Dopo il saccheggio di Pisa da parte dei Fiorentini nel 1509, la comunità di Palermo crebbe notevolmente accogliendo tanti profughi, molti dei quali entrarono a far parte della confraternita dei Disciplinanti o Flagellanti dei Santi Quaranta Martiri che, come detto sopra, era riservata solo ai Pisani. Al titolo della Confraternita, più tardi, venne aggiunto quello del patrono della città di Pisa, San Ranieri.
Inizialmente, il luogo di culto della Confraternita era situato in una piccola chiesa nei pressi della Cala, la chiesa dei Santi Quaranta Martiri alla Marina, ma nel 1605, la comunità pisana dovette abbandonare questa prima sede per permettere la costruzione della chiesa di San Mamiliano, dedicata a Santa Zita (o Santa Cita). Della vecchia chiesa venne conservato l’arco di Gagini, che oggi può essere ancora ammirato alle spalle dell’altare
Alcuni pisani illustri, nel 1608, acquistarono allora il luogo della Guilla, dove sorge l’odierna chiesa; la zona era ricca di acque sotterranee e superficiali (Guilla vuol dire proprio luogo ricco di acqua e dovrebbe derivare dall’Arabo Wadi – Fiume). Vi era una preesistente costruzione della quale rimangono tracce del chiostro ed un pozzo ottagonale, al cui fondo si trova dell’acqua che viene prelevata ancora oggi.

La facciata del complesso è sovrastata da un timpano triangolare. Il portale classico è sormontato da uno stemma in cui campeggia la croce di Pisa. In alto si aprono due finestroni rettangolari; sul piccolo campanile venne sistemata la vecchia croce della Chiesa della Marina.
L'interno della Chiesa è a unica navata, ricoperta da volta a vela, illuminata da sei finestre, tre per lato, e da un occhio sopra l'Altare maggiore, la chiesa si sviluppa lungo l'attuale via Beati Paoli.
Come si è detto, la zona è molto ricca di acqua, un tempo nei pressi scorreva il fiume Papireto, poi interrato, e questo fece si che la chiesa subisse danni per via dell’umidità.

Circa 120 anni dopo la sua costruzione, il pittore fiammingo Borremans venne incaricato dai nobili pisani di arricchire la chiesa con i suoi affreschi, molti dei quali oggi irrimediabilmente danneggiati. E’ stata quasi una caccia al tesoro fare un primo giro orientativo all’interno e cercare di riconoscere i dipinti descritti nelle guide; ancora più difficile (ma emozionante) scorgere le immagini di edifici pisani nelle lesene che separano gli affreschi. Siamo riusciti a riconoscere la torre di Pisa, il duomo e la tomba di San Ranieri.
Gli affreschi raffigurano Mosè che innalza il bastone con il serpente; il sacrificio di Isacco. Al centro della cappella di sinistra, sull’altre, è la statua seicentesca della Madonna dei Cancelli, detta S. Maruzza. Altri affreschi mostrano la Madonna che appare a S. Ranieri, il Battesimo di S. Ranieri e l’angelo che annuncia al Santo il martirio; un ultimo affresco raffigura San Ranieri con un leone mentre sopra la porta di ingresso è raffigurato l'episodio di Iolo e la missione presso i Tartari che riporta la scritta "Guglielmus Borremans Antuerpiensis pinxit" ("Guglielmo Borremans da Anversa dipinse") con cui il pittore fiammingo si dichiara autore degli affreschi.
Sul finire del 700 fu realizzato il pavimento in maiolica decorata.

Nei decenni successivi la chiesa subì un lento e inesorabile degrado, venne utilizzata come lavanderia e deposito, mentre l’umidità comprometteva irrimediabilmente gli affreschi; negli anni 50 del secolo scorso venne affidata alla confraternita dei Sette Dolori, che tuttora la gestisce e la apre solo la domenica per la messa delle 11.00
La chiesa dei Pisani è, nel bene e nel male, un simbolo di Palermo. Nel bene, perché ci ricorda una delle tante “contaminazioni” che hanno arricchito la nostra civiltà e cultura, e forse anche il modo di essere; nel bene, perché custodisce tesori di inestimabile valore, che pur nelle loro pessime condizioni lasciavano stupiti e ammirati i turisti che le osservano ed alle quali cercavamo di spiegare in misto di Inglese e Siciliano il motivo di tale condizione. Nel male, proprio perché è uno dei tanti tesori che la città non è riuscita a proteggere e preservare come avrebbero meritato, simbolo di una incuria che fa male. Ben vengano tutte le iniziative che favoriscono la conoscenza del nostro patrimonio, perché conoscendo si ama ed amando si protegge.

Dopo la giornata di volontariato di impresa la Chiesa di San Ranieri e dei Ss. Quaranta Martiri Pisani è stata simbolicamente adottata da Touring Club Italiano. I volontari Touring, nell'ambito del progetto Aperti per Voi, accolgono i visitatori ogni giovedì dalle ore 9 alle 12.
Un viaggio nel cuore della storia: la giornata di volontariato Enel al Museo Salinas
(Testo di Anna Digenova, Giuseppe Guarnieri, Pietro Randazzo, Mario Valenza)
Nel cuore di Palermo, in data 9 aprile 2026, noi colleghi di Enel abbiamo avuto il privilegio di vivere un’esperienza di volontariato aziendale presso il Museo Archeologico Regionale Antonino Salinas, uno dei luoghi simbolo della cultura siciliana.
Accolti nel suggestivo complesso dell’Olivella, abbiamo contribuito, con il nostro impegno, a valorizzare uno spazio che custodisce secoli di storia e bellezza. Il museo si è rivelato non solo un luogo da visitare, ma un ambiente vivo, capace di creare connessioni tra passato e presente, proprio come lo spirito che anima le iniziative di volontariato.
Durante la giornata, abbiamo potuto osservare da vicino alcuni dei tesori più significativi: dalle imponenti metope dei templi di Selinunte, espressione straordinaria dell’arte greca, ai reperti fenicio-punici provenienti da Mozia e Lilibeo, fino alla celebre “Pietra di Palermo”, testimonianza unica delle antiche civiltà del Mediterraneo. Un patrimonio che racconta, con forza e armonia, la ricchezza culturale della nostra terra.

Il nostro contributo, seppur semplice, si inserisce in un contesto di grande valore: prendersi cura della cultura significa infatti prendersi cura della comunità. Questa esperienza ci ha permesso di riscoprire il senso di appartenenza al territorio e di condividere, come squadra, un momento significativo al di fuori del contesto lavorativo.
Il Museo Salinas si conferma così non solo come custode della memoria storica, ma anche come spazio di incontro, collaborazione e crescita. Una giornata che porteremo con noi, consapevoli che anche piccoli gesti possono contribuire a preservare e valorizzare un patrimonio che appartiene a tutti.

Un museo che racconta la Sicilia
Il Museo Salinas è la più antica istituzione museale pubblica della Sicilia e custodisce reperti provenienti dai principali siti dell’isola, dall’Italia antica e dall’intero Mediterraneo. Nato nel 1814 come Museo dell’Università, nel 1827 si arricchì grazie ai materiali provenienti dagli scavi e ai reperti donati dai Borbone, tra cui opere da Pompei, Ercolano e Torre del Greco.
Dal 1866 il museo ha trovato sede nell’ex convento dei Padri Filippini, accogliendo importanti collezioni gesuitiche e benedettine. Nel corso del tempo è diventato un punto di riferimento fondamentale per la tutela e la diffusione del patrimonio archeologico siciliano.

Un luogo ricostruito, un luogo che ricostruisce
Parzialmente ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, l’edificio si sviluppa attorno a due eleganti chiostri e a un terzo cortile, l’Agorà, coperto da una moderna struttura in vetro realizzata durante i lavori del 2013. Oggi questo spazio è un vero cuore pulsante che ospita mostre, eventi e attività culturali.

Tesori sotto il portico
Nel portico del chiostro maggiore si incontrano alcuni dei pezzi più affascinanti del museo: il torso dello Stagnone, i sarcofagi fenici della Cannita, la statua colossale di Zeus. Spicca la collezione di Robert Fagan, console inglese e archeologo, che comprende reperti da scavi siciliani e opere greche, tra cui un frammento del fregio orientale del Partenone.
Accanto a questi, brillano le oreficerie della necropoli di Tindari, le ceramiche policrome di Centuripe, i materiali provenienti da Randazzo e i preziosi vasi da Agrigento. Ogni pezzo è un piccolo universo da scoprire.

Selinunte: otto sale per una civiltà
L’intera ala orientale del museo è dedicata a Selinunte e si articola in otto sale intorno all’Agorà.

Il grande plastico della città antica introduce il visitatore nella sua storia, mentre le sale successive raccontano culti, architetture, sculture e riti funerari attraverso reperti provenienti dal Santuario di Demetra Malophoros e dal recinto sacro di Zeus Meilichios.
Tra i pezzi più emozionanti, le sei piccole metope arcaiche e la grande sala delle metope, dove trovano posto i celebri rilievi del tempio: Apollo sulla quadriga, Perseo e Medusa, Eracle con i Cercopi, e i miti che raccontano la lotta degli dèi contro i giganti. Opere scolpite nella pietra che ancora oggi trasmettono forza, armonia e bellezza.

Le altre meraviglie del Salinas
Completano il percorso i corredi funerari di Selinunte, le gronde leonine del tempio della Vittoria di Himera, la ricostruzione della grande maschera gorgonica e numerosi reperti romani provenienti da Palermo, tra cui il raffinato sarcofago delle Amazzoni.
In una sala dedicata alla storia della scrittura, trova posto la famosa Pietra di Palermo, che riporta gli annali delle prime cinque dinastie egizie, affiancata dai decreti entellini del III secolo a.C., straordinariamente recuperati dal mercato antiquario clandestino.

Questa giornata al Museo Salinas non è stata soltanto un’occasione per avvicinarci alla storia, ma anche un momento per riscoprire il valore della collaborazione, dell’impegno condiviso e della cura verso ciò che ci rappresenta. Abbiamo lasciato il museo con la sensazione che ogni gesto, anche il più semplice, possa contribuire a proteggere e valorizzare un patrimonio che è di tutti. E mentre attraversavamo per l’ultima volta i chiostri silenziosi, illuminati dalla luce del giorno, ci siamo sentiti parte di una storia molto più grande di noi: la storia della nostra terra, che vive e continua a parlare grazie ai luoghi che la custodiscono e alle persone che scelgono di prendersene cura.
Il Touring per le aziende
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